2006 - 1943 - 1945 - 1943 - 1945 - 1943 - 1945 - 1943 - 1945 - 1943 - 1945 - 1943 - 2006

VIAGGIO NELLA MEMORIA DEL PARTIGIANO "LUNGH"

                     ...scivolando attraverso il tempo...

25 Luglio 1943: cade il regime fascista

"Il 25 Luglio 1943 cadde il regime fascista. Mussolini fu arrestato e condotto al Gran Sasso. In quel periodo ero un ragazzo di 19 anni, felice perchè finiva la lunga oppressione ideologica del fascismo. I ragazzi come me, infatti, erano costretti - dopo il lavoro settimanale - a presentarsi, il sabato pomeriggio e la domenica, alle adunate per imparare "l'arte militare". Per festeggiare l'evento, andammo con un gruppo di amici alla "casa del fascio" del Pilonetto, in corso Sicilia, e prelevammo il busto di Mussolini, che ornava l'ingresso, per trascinarlo, aiutati da una corda, lungo il corso. Dopo qualche giorno, i Carabinieri cominciarono ad indagare per scoprire gli autori del misfatto. Temendo un arresto, abbandonai il lavoro e la casa che abitavo da solo, e mi trasferii dai nonni materni, in via Milano 20.

A quel tempo, mia madre ed i miei fratelli erano già sfollati nel biellese, mentre mio padre, richiamato alle armi nel Maggio 1939 dalla Marina Militare, si trovava imbarcato su una nave da guerra nel Mediterraneo, vicino alle Coste dell'Africa Settentrionale.

Si può dire che la mia vita da partigiano ebbe inizio proprio l'8 Settembre 1943, giorno dell'armistizio. Sembrava che la guerra fosse finita per sempre, e invece... I giorni che seguirono furono di lotta: davanti alla Prefettura - in Piazza Castello - si radunò una grande folla, e gli antifascisti chiesero al generale Adami Rossi di avere delle armi per difendere Torino dall'invasore tedesco. Le armi non furono mai date, e ai manifestanti fu risposto che il Comando Militare avrebbe pensato alla difesa della città. Ma, i tedeschi arrivarono e l'occuparono!

Mi trovavo a Porta Nuova, quando arrivarono le camionette cariche di soldati tedeschi; qualcuno si mise a fischiarli e loro, per tutta risposta, iniziarono a sparare. Ci riparammo sotto i portici di Via Nizza, sfuggendo poi al rastrellamento.

Dopo l'8 Settembre, a Torino non si stava bene: i tedeschi facevano continui rastrellamenti per cercare soldati fuggiti dalle caserme, armi, e persone che avevano partecipato - e partecipavano - al movimento antinazista. Nessuno era più al sicuro: se si veniva arrestati durante un rastrellamento, il viaggio verso un campo di concentramento nazista era assicurato.

L'occupazione nazista gravava sulla popolazione, e gli operai furono costretti - con la forza - a riprendere il lavoro di costruzione e produzione di armamenti.

Il coprifuoco serale costringeva a stare chiusi nelle proprie case, pena l'arresto.

Gli alimenti erano contingentati e la qualità pessima. Basti pensare che il pane veniva distribuito con la tessera, e sembrava gomma da masticare tanto che, spezzandolo, faceva i fili, ammuffiva ed aveva un gusto sgradevole.

Inoltre, continuavano i bombardamenti sulla città da parte dell'aviazione anglo-americana.

Così, per evitare questi pericoli, decisi di raggiungere la mia famiglia sfollata a Galfione, una frazione del Comune di Occhieppo Superiore, nel biellese.

Nell'Ottobre del 1943, alla sera, con i ragazzi del paese, ci trovavamo nella piazzetta per parlare dell'organizzazione delle prime bande partigiane che si stavano formando. Iniziarono così i primi contatti con i partigiani di quella zona.

Si raccontava in quel periodo che anche in altre vallate, i militari sbandati e gli operai antifascisti fuggiti dalle città, si raggruppavano per dare vita alle bande partigiane. I tedeschi davano la caccia ai primi Partigiani e agli antifascisti. Infatti, un giorno, alle Officine di Sordevolo, ad Occhieppo, arrivarono delle truppe tedesche . Probabilmente avevano avuto notizia che nelle Officine lavoravano operai antifascisti, ma non riuscirono a catturarli perchè, avvisati per tempo, fuggirono lungo le sponde del torrente Elvo. I tedeschi spararono raffiche di mitra, ma i fuggitivi erano oramai lontani e si salvarono.

Mi trovavo anch'io per caso su quelle sponde, poiché in quel periodo, per guadagnarmi da mangiare, aiutavo un pastore portando al pascolo le pecore. Sentite le raffiche di mitragliatrice, scappai cercando un riparo. Fu così che ebbi il battesimo del "fuoco nemico", e quando la situazione ritornò alla tranquillità, dovetti cercare le pecore fino a sera perchè, spaventate dai colpi d'arma da fuoco, erano fuggite in ogni direzione. Verso la fine di Novembre, i tedeschi ritornarono insieme ai fascisti, e tesero un'imboscata a dei Partigiani che stavano transitando in auto sulla strada che portava a Muzzano. Certamente avevano avuto informazioni precise perchè, al bivio della strada per Sordevolo, li attaccarono, uccidendoli tutti e quattro. Fra i Partigiani caduti c'era anche il tenente colonnello Cattaneo, di Torino, e per un monito alla popolazione, lasciarono i cadaveri sulla strada per due giorni, senza che nessuno potesse avvicinarsi.

Il tenente colonnello Cattaneo lo conoscevo: era il padre di un mio compagno d'equipaggio della barca da canottaggio, quando gareggiavamo sul Po. Questo episodio fece crescere in me la rabbia che da tempo mi portava ad odiare le barbarie nazi-fasciste. Così maturai la decisione di unirmi ai Partigiani, là sulle montagne.

Dicembre e Gennaio 1944 furono mesi tranquilli. Trascorsi il Natale con i miei fratelli e la mamma: non c'era niente da mangiare, e neppure un piccolo regalo. Erano giorni talmente tristi che non si faceva nemmeno il Presepe.

Dal fronte di guerra africano giungevano brutte notizie: l'esercito italiano veniva sconfitto, e di mio padre non c'erano notizie. Le città italiane erano sempre più frequentemente bombardate dagli anglo-americani. Nevicava molto e l'attività partigiana aveva subito un rallentamento, perchè in montagna le condizioni avverse non consentivano azioni di guerriglia. Anche i tedeschi non avevano più fatto incursioni. Erano mesi duri per tutti: la popolazione non trovava generi alimentari, le case erano fredde perchè mancava la legna da ardere, ed i soldi scarseggiavano.

Nel febbraio 1944, la Repubblica Sociale chiamò alle armi le classi 1924-25, e quindi sarei stato arruolato nell'esercito fascista se non prendevo decisioni immediate.

Partire per le montagne significava lasciare la mia mamma, i miei fratelli di 7 e 11 anni, e affrontare l'ignoto, perchè dopo la mia partenza avrei dovuto cancellare la mia identità (per non mettere in pericolo la mia famiglia), assumere un nome di battaglia, e soprattutto non dare mie notizie alla famiglia. Decisi di parlare a mia madre di queste decisioni che intendevo prendere, ed ella , con coraggio, approvò la mia scelta, dicendomi di seguire il mio destino.

IL 20 Febbraio 1944 fu il giorno della mia partenza: io e mia madre, mentendoci a fin di bene, ostentavamo tranquillità mentre mi preparava le poche cose da portare in un sacco. Andai a salutare i vicini, raccontando loro che andavo a presentarmi al Distretto di Novara per l'arruolamento, al fine di non destare sospetti. Lasciai Galfione pensando a mia madre, che da sola avrebbe dovuto affrontare un lungo duro periodo: il lavoro di filatrice, occuparsi di due figlioli da crescere, ed il pensiero per mio padre e per me. Feci tappa a Torino, dai nonni materni, ed anche a loro raccontai che andavo al Distretto Militare, per non allarmarli.

Nella stessa giornata andai a cercare Biagin; faceva il lustrascarpe sotto i portici, davanti al Municipio di Torino. Era un vecchio antifascista e mi consigliò di andare nella Valle di Viù (sua zona d'origine), dove era già attivo un movimento di Partigiani. Mi suggerì di prendere il treno per Lanzo e di mischiarmi tra i pendolari, e poi di prendere la corriera fino a Viù.

Durante il viaggio ebbi paura:  a Ciriè i tedeschi controllarono i vagoni, per fortuna non il mio. Presi, poi, la corriera, e mi rilassai pensando di essere oramai giunto nel territorio dei Partigiani. La corriera giunse nella piazza di Viù, fermandosi davanti al monumento degli Alpini. Scesi, e aspettai che si facesse sera. Ero solo, assorto nei miei pensieri, con la paura che mi accompagnava. Attesi che qualcuno si facesse vivo. Fui sorpreso, infine, dall'avvicinarsi di una persona che mi disse di seguirlo. Camminammo a lungo, per più di un'ora, per la vallata, e risalimmo la stessa fino a Lemmie.

All'albergo della Posta, dove arrivammo, mi sentii osservato da una ventina di Partigiani. Il Comandante mi domandò da dove arrivavo. Risposi che arrivavo dal biellese. Mi chiese perchè non mi fossi unito ai Partigiani del posto. Spiegai che i tedeschi erano a conoscenza della presenza dei Partigiani nella mia zona e che non volevo coinvolgere i miei familiari, mettendoli in pericolo. A quel punto mi chiese i documenti e, dopo averli esaminati, li lasciò cadere tra le fiamme del caminetto. Mi spiegò che da quel momento non avrei più usato il mio vero nome, ma quello di battaglia - che avrei dovuto scegliere. Ero impacciato, non sapevo cosa dire... Ma un Partigiano, guardandomi, disse:- Chiamiamolo "Lungh"- Ero, infatti, alto e magro. Fui battezzato all'unanimità "Lungh"; mi fecero sedere tra loro, offrendomi una scodella di minestra calda ed una manciata di castagne, che mi fece piacere mangiare per riscaldarmi dal freddo intenso. Andammo poi a dormire nelle stalle, in giacigli di foglie di faggio. Era il 26 Febbraio del 1944, ore 22: ero entrato a far parte della Resistenza, nella squadra della XIX Bgt. Garibaldi "Giambone", formata da alpini dell'ex Battaglione Exilles.

I giorni successivi trascorsero alternando periodi di pattuglia, con l'addestramento all'uso dell'arma in dotazione: un vecchio moschetto modello 91 dell'esercito fascista. Venne poi a trovarci un Partigiano, ex Tenente dell'esercito, che ci interrogò uno alla volta, per conoscerci meglio. Successivamente tenne un discorso sulla lunga e dura lotta di resistenza che ci aspettava. Ci raccomandò anche di collaborare coi valligiani, di rispettare le ragazze e le usanze del posto, perchè il loro aiuto era anche indispensabile per sopravvivere in quel luogo a noi ancora sconosciuto. Quelle parole si rivelarono vere: grazie alla cooperazione delle popolazioni delle Valli, i Partigiani condussero vittoriosi la Resistenza..."(continua nelle pagine "La Resistenza")

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

famiglia in periodo di guerra

 

 

 

 

 

l’8 Settembre e la richiesta della folla e antifascisti

 

 

 

 

 

 

 

Torino occupata dai tedeschi

 

 

 

 

con un piede sulla testa e uno sul cuore: il popolo non ha più diritti

 

 

 

la produzione

 

 

coprifuoco

 

 

la fame

 

 

 

 

bombardamenti 

 

 

 sfollati

 

 

 primi contatti con i Partigiani

 

 

 

 

antifascisti

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

primo battesimo da civile di “fuoco nemico”

 

 

 

 

barbarie nazifasciste

 

 

 

 

 

 

 la morte degli amici

 

 

 la decisione

 

 

 Natale di miseria

 

 

 

inverno gelido da ogni punto di vista

 

 

 

 

 

 

 

 

 chiamata alle armi

 

 

 

 

 

 

decisione condivisa

 

 

 

 

 

 

 

 

 

partenza per... il “distretto militare”

 

 

 

 

un antifascista

 

 

 

 

 

 

 

il viaggio, l’ansia e la paura

 

 

 

 

 

 

 

 

l’incontro

 

 

 

 

 

 

nasce il partigiano “Lungh”

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

formazione anche civica