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25 Luglio 1943: cade il regime
fascista |
"Il
25 Luglio 1943 cadde il regime fascista. Mussolini fu arrestato e
condotto al Gran Sasso. In quel periodo ero un ragazzo di 19 anni,
felice perchè finiva la lunga oppressione ideologica del fascismo. I
ragazzi come me, infatti, erano costretti - dopo il lavoro
settimanale - a presentarsi, il sabato pomeriggio e la domenica,
alle adunate per imparare "l'arte militare". Per festeggiare
l'evento, andammo con un gruppo di amici alla "casa del fascio" del
Pilonetto, in corso Sicilia, e prelevammo il busto di Mussolini, che
ornava l'ingresso, per trascinarlo, aiutati da una corda, lungo il
corso. Dopo qualche giorno, i Carabinieri cominciarono ad indagare
per scoprire gli autori del misfatto. Temendo un arresto, abbandonai
il lavoro e la casa che abitavo da solo, e mi trasferii dai nonni
materni, in via Milano 20.
A quel tempo,
mia madre ed i miei fratelli erano già sfollati nel biellese, mentre
mio padre, richiamato alle armi nel Maggio 1939 dalla Marina
Militare, si trovava imbarcato su una nave da guerra nel
Mediterraneo, vicino alle Coste dell'Africa Settentrionale.
Si può dire che
la mia vita da partigiano ebbe inizio proprio l'8 Settembre 1943,
giorno dell'armistizio. Sembrava che la guerra fosse finita per
sempre, e invece... I giorni che seguirono furono di lotta: davanti
alla Prefettura - in Piazza Castello - si radunò una grande folla, e
gli antifascisti chiesero al generale Adami Rossi di avere delle
armi per difendere Torino dall'invasore tedesco. Le armi non furono
mai date, e ai manifestanti fu risposto che il Comando Militare
avrebbe pensato alla difesa della città. Ma, i tedeschi arrivarono e
l'occuparono!
Mi trovavo a
Porta Nuova, quando arrivarono le camionette cariche di soldati
tedeschi; qualcuno si mise a fischiarli e loro, per tutta risposta,
iniziarono a sparare. Ci riparammo sotto i portici di Via Nizza,
sfuggendo poi al rastrellamento.
Dopo l'8
Settembre, a Torino non si stava bene: i tedeschi facevano continui
rastrellamenti per cercare soldati fuggiti dalle caserme, armi, e
persone che avevano partecipato - e partecipavano - al movimento
antinazista. Nessuno era più al sicuro: se si veniva arrestati
durante un rastrellamento, il viaggio verso un campo di
concentramento nazista era assicurato.
L'occupazione
nazista gravava sulla popolazione, e gli operai furono costretti -
con la forza - a riprendere il lavoro di costruzione e produzione di
armamenti.
Il coprifuoco
serale costringeva a stare chiusi nelle proprie case, pena
l'arresto.
Gli alimenti
erano contingentati e la qualità pessima. Basti pensare che il pane
veniva distribuito con la tessera, e sembrava gomma da masticare
tanto che, spezzandolo, faceva i fili, ammuffiva ed aveva un gusto
sgradevole.
Inoltre,
continuavano i bombardamenti sulla città da parte dell'aviazione
anglo-americana.
Così, per
evitare questi pericoli, decisi di raggiungere la mia famiglia
sfollata a Galfione, una frazione del Comune di Occhieppo Superiore,
nel biellese.
Nell'Ottobre
del 1943, alla sera, con i ragazzi del paese, ci trovavamo nella
piazzetta per parlare dell'organizzazione delle prime bande
partigiane che si stavano formando. Iniziarono così i primi contatti
con i partigiani di quella zona.
Si raccontava
in quel periodo che anche in altre vallate, i militari sbandati e
gli operai antifascisti fuggiti dalle città, si raggruppavano per
dare vita alle bande partigiane. I tedeschi davano la caccia ai
primi Partigiani e agli antifascisti. Infatti, un giorno, alle
Officine di Sordevolo, ad Occhieppo, arrivarono delle truppe
tedesche . Probabilmente avevano avuto notizia che nelle Officine
lavoravano operai antifascisti, ma non riuscirono a catturarli
perchè, avvisati per tempo, fuggirono lungo le sponde del torrente
Elvo. I tedeschi spararono raffiche di mitra, ma i fuggitivi erano
oramai lontani e si salvarono.
Mi trovavo
anch'io per caso su quelle sponde, poiché in quel periodo, per
guadagnarmi da mangiare, aiutavo un pastore portando al pascolo le
pecore. Sentite le raffiche di mitragliatrice, scappai cercando un
riparo. Fu così che ebbi il battesimo del "fuoco nemico", e quando
la situazione ritornò alla tranquillità, dovetti cercare le pecore
fino a sera perchè, spaventate dai colpi d'arma da fuoco, erano
fuggite in ogni direzione. Verso la fine di Novembre, i tedeschi
ritornarono insieme ai fascisti, e tesero un'imboscata a dei
Partigiani che stavano transitando in auto sulla strada che portava
a Muzzano. Certamente avevano avuto informazioni precise perchè, al
bivio della strada per Sordevolo, li attaccarono, uccidendoli tutti
e quattro. Fra i Partigiani caduti c'era anche il tenente colonnello
Cattaneo, di Torino, e per un monito alla popolazione, lasciarono i
cadaveri sulla strada per due giorni, senza che nessuno potesse
avvicinarsi.
Il tenente
colonnello Cattaneo lo conoscevo: era il padre di un mio compagno
d'equipaggio della barca da canottaggio, quando gareggiavamo sul Po.
Questo episodio fece crescere in me la rabbia che da tempo mi
portava ad odiare le barbarie nazi-fasciste. Così maturai la
decisione di unirmi ai Partigiani, là sulle montagne.
Dicembre e
Gennaio 1944 furono mesi tranquilli. Trascorsi il Natale con i miei
fratelli e la mamma: non c'era niente da mangiare, e neppure un
piccolo regalo. Erano giorni talmente tristi che non si faceva
nemmeno il Presepe.
Dal fronte di
guerra africano giungevano brutte notizie: l'esercito italiano
veniva sconfitto, e di mio padre non c'erano notizie. Le città
italiane erano sempre più frequentemente bombardate dagli
anglo-americani. Nevicava molto e l'attività partigiana aveva subito
un rallentamento, perchè in montagna le condizioni avverse non
consentivano azioni di guerriglia. Anche i tedeschi non avevano più
fatto incursioni. Erano mesi duri per tutti: la popolazione non
trovava generi alimentari, le case erano fredde perchè mancava la
legna da ardere, ed i soldi scarseggiavano.
Nel febbraio
1944, la Repubblica Sociale chiamò alle armi le classi 1924-25, e
quindi sarei stato arruolato nell'esercito fascista se non prendevo
decisioni immediate.
Partire per le
montagne significava lasciare la mia mamma, i miei fratelli di 7 e
11 anni, e affrontare l'ignoto, perchè dopo la mia partenza avrei
dovuto cancellare la mia identità (per non mettere in pericolo la
mia famiglia), assumere un nome di battaglia, e soprattutto non dare
mie notizie alla famiglia. Decisi di parlare a mia madre di queste
decisioni che intendevo prendere, ed ella , con coraggio, approvò la
mia scelta, dicendomi di seguire il mio destino.
IL 20 Febbraio
1944 fu il giorno della mia partenza: io e mia madre, mentendoci a
fin di bene, ostentavamo tranquillità mentre mi preparava le poche
cose da portare in un sacco. Andai a salutare i vicini, raccontando
loro che andavo a presentarmi al Distretto di Novara per
l'arruolamento, al fine di non destare sospetti. Lasciai Galfione
pensando a mia madre, che da sola avrebbe dovuto affrontare un lungo
duro periodo: il lavoro di filatrice, occuparsi di due figlioli da
crescere, ed il pensiero per mio padre e per me. Feci tappa a
Torino, dai nonni materni, ed anche a loro raccontai che andavo al
Distretto Militare, per non allarmarli.
Nella stessa
giornata andai a cercare Biagin; faceva il lustrascarpe sotto i
portici, davanti al Municipio di Torino. Era un vecchio antifascista
e mi consigliò di andare nella Valle di Viù (sua zona d'origine),
dove era già attivo un movimento di Partigiani. Mi suggerì di
prendere il treno per Lanzo e di mischiarmi tra i pendolari, e poi
di prendere la corriera fino a Viù.
Durante il
viaggio ebbi paura: a Ciriè i tedeschi controllarono i vagoni, per
fortuna non il mio. Presi, poi, la corriera, e mi rilassai pensando
di essere oramai giunto nel territorio dei Partigiani. La corriera
giunse nella piazza di Viù, fermandosi davanti al monumento degli
Alpini. Scesi, e aspettai che si facesse sera. Ero solo, assorto nei
miei pensieri, con la paura che mi accompagnava. Attesi che qualcuno
si facesse vivo. Fui sorpreso, infine, dall'avvicinarsi di una
persona che mi disse di seguirlo. Camminammo a lungo, per più di
un'ora, per la vallata, e risalimmo la stessa fino a Lemmie.
All'albergo
della Posta, dove arrivammo, mi sentii osservato da una ventina di
Partigiani. Il Comandante mi domandò da dove arrivavo. Risposi che
arrivavo dal biellese. Mi chiese perchè non mi fossi unito ai
Partigiani del posto. Spiegai che i tedeschi erano a conoscenza
della presenza dei Partigiani nella mia zona e che non volevo
coinvolgere i miei familiari, mettendoli in pericolo. A quel punto
mi chiese i documenti e, dopo averli esaminati, li lasciò cadere tra
le fiamme del caminetto. Mi spiegò che da quel momento non avrei più
usato il mio vero nome, ma quello di battaglia - che avrei dovuto
scegliere. Ero impacciato, non sapevo cosa dire... Ma un Partigiano,
guardandomi, disse:- Chiamiamolo "Lungh"- Ero, infatti, alto e
magro. Fui battezzato all'unanimità "Lungh"; mi fecero sedere tra
loro, offrendomi una scodella di minestra calda ed una manciata di
castagne, che mi fece piacere mangiare per riscaldarmi dal freddo
intenso. Andammo poi a dormire nelle stalle, in giacigli di foglie
di faggio. Era il 26 Febbraio del 1944, ore 22: ero entrato a
far parte della Resistenza, nella squadra della XIX Bgt. Garibaldi
"Giambone", formata da alpini dell'ex Battaglione Exilles.
I giorni
successivi trascorsero alternando periodi di pattuglia, con
l'addestramento all'uso dell'arma in dotazione: un vecchio moschetto
modello 91 dell'esercito fascista. Venne poi a trovarci un
Partigiano, ex Tenente dell'esercito, che ci interrogò uno alla
volta, per conoscerci meglio. Successivamente tenne un discorso
sulla lunga e dura lotta di resistenza che ci aspettava. Ci
raccomandò anche di collaborare coi valligiani, di rispettare le
ragazze e le usanze del posto, perchè il loro aiuto era anche
indispensabile per sopravvivere in quel luogo a noi ancora
sconosciuto. Quelle parole si rivelarono vere: grazie alla
cooperazione delle popolazioni delle Valli, i Partigiani condussero
vittoriosi la Resistenza..."(continua nelle pagine "La Resistenza")
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