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"Sono nata a Torino, sono nata a
Torino in maternità. Mio padre era di Alpignano. Mia madre era
Lucana, di Avigliano, 10 chilometri da Potenza
No, non sono nata in casa. Allora
c’era l’ostetrica e proprio lei ha consigliato a mia madre che
sarebbe stato meglio l’ospedale.
Mia madre è venuta su nel 1915.
Mio padre lavorava giù: lei era figlia unica, e suo padre era morto
che lei aveva 12 anni. Sua mamma aveva una casetta con un po’ di
camere: una era libera e facevano da mangiare ai piemontesi che
erano lì che lavoravano, perché da Potenza ad Avigliano facevano la
ferrovia.
Mio padre faceva i caselli, la
stazione… era muratore. In quel tempo lì è arrivata la cartolina per
andare in guerra nel 1915. In fretta e furia ha chiesto ad
Alpignano, ai suoi, che gli facessero avere i documenti che si
sarebbe sposato e poi sarebbe venuto su.
Mia madre andava a mangiare a
casa dei miei nonni, fin quando non ha trovato un lavoro, laggiù
dov’era la fabbrica delle lampade…Mio padre glielo aveva detto che
se veniva su un lavoro l’avrebbe trovato. Però è rimasta sola nei
giorni in cui doveva partorire. Cioè, l’ostetrica andava in tutte le
case, e c’era sempre qualcuno che apriva e chiudeva la casa. Lei non
aveva nessuno e l’ostetrica l’ha fatta entrare in ospedale.
Sono nata nel maggio del 1918;
eravamo 9 figli, abitavamo oltre il Marino, dopo la ferrovia, la
casa che si trova subito lì, che da una parte si va nei boschi e
dall’altra si va su…
Ho fatto le elementari. Quando ho
iniziato la scuola, erano solo due anni che c’era la 5°. Ho
frequentato la Riberi, era l’unica scuola che c’era, però la 5° non
era alla Riberi, bisognava attraversare la strada dove c’è il
panettiere, oltre…c’era un portone, si salivano le scalette e lì
c’era un aula di recupero dove si faceva la 5°. Dopo, sono andata a
Rivoli alla domenica, al Fiorito, al mattino, a pagamento.
Io ero un po’ ribelle. Mia madre
veniva da giù, dove le ragazze non andavano in bicicletta, non
saltavano la corda… Io la corda l’avevo sempre con me: in qualsiasi
posto dove mi trovavo, in qualsiasi spazio, anche in strada, io
saltavo la corda. A mia madre non andava bene.
Quando lei è venuta qui, ha
trovato brutto Alpignano, diverso dal paese suo, che era più
bello…Infatti aveva ragione: non poteva andare in bicicletta perché
era un paese arroccato, saltare la corda neanche… mio padre alla
fine rideva, non prendeva tanto le mie parti, perché ero piuttosto
pronta a rispondere. Dicevo. “… meno male che qui non siamo ad
Avigliano!”. Poi un giorno mio padre disse a mia madre:”… per te
sarà un dispiacere che lei non è una ragazza sottomessa come sei
stata tu, ma questo non può essere, perché vive in un posto diverso
dal tuo”.
Io non avevo molte amiche,
perché non avevo tempo. Quando smettevo la scuola aiutavo tanto mia
madre, lavavo facevo tutto quello che potevo. Lei non aveva tanta
voglia di vedermi andare da sola alla bialera, a me piaceva molto.
Intorno a casa nostra c’era solo
il casello ed un’altra casa più in alto. Non c’erano altri bambini
intorno. Con i miei fratelli e sorelle c’erano anni di differenza.
Con l’altra mia sorella c’erano 7 anni di differenza; l’altra aveva
ancora un anno di meno. Con mio fratello c’erano due anni. Ma quando
lui aveva 8 anni, andava con il fratello di un suo amico in Dora.
Mia mamma non poteva andare d’estate a lavare nella bialera, perché
l’acqua era torbida, ma andava in Dora. Noi andavamo con lei
spingendo il carretto, dove mettevamo la roba e le bacinelle. Mia
mamma ci guardava a vista.
Del fascismo ricordo che davano
l’olio di ricino con il buiolo e mestolo dei muratori, grosso
così. Lì, dove c’era il Comune, allineati c’erano tutti gli uomini
che avevano preso nelle case durante la notte, e poi davano loro
tante di quelle botte perché si rifiutavano di prendere l’olio.
La gente veniva facendo finta di
niente, e buttava l’occhio dalla cooperativa. La cooperativa era dei
soci di Alpignano, anche mio padre era socio.
La cooperativa c’era già prima
che io nascessi, era tanti anni che c’era.
Un mattino mia madre ci fece
alzare presto, era verso Natale, era buio, io pensavo che saremmo
andati via. “Bisogna andare a prendere il pane” - disse. Ma per
andare a prendere il pane dovevo svegliarmi alle 7? E mia madre
disse che era necessario, perché più tardi non ce ne sarebbe stato
più, perché c’era un po’ di movimento in paese.
Quando sentii così, siccome ero
curiosa e dovevo sapere cosa succedeva, le chiesi in fretta di darmi
colazione, per uscire in fretta a prendere il pane. Quando sono
arrivata giù, davanti al panettiere (che allora era in via
Matteotti) c’era una coda fin fuori. Io mi misi in fila, e ad un
certo punto si avvicinò un carabiniere e mi chiese se ero sola e se
avevo bisogno del pane. Mi prese per mano, mi fece passare tutta la
fila e mi fece dare il pane, poi mi disse di correre a casa e di
non uscire più. Una volta a casa, dissi a mia madre che sarei andata
da mio zio, al dopolavoro, che era in via Matteotti.
Il dopolavoro era frequentato da
tutti, ma soprattutto dai socialisti. C’era anche Chiri, che ha
fatto tanta prigione perché era socialista, e che ha preso delle
botte a destra e sinistra, ma non ha cambiato idea. Alla fine
diventò Sindaco. Il primo Sindaco di Alpignano. Quel mattino,
dunque, per prima cosa sono andata a comprare il pane e l’ho portato
a casa, e poi sono andata di nuovo giù. Alla cooperativa c’era il
messo comunale che distribuiva ai soci della roba e la segnava in un
libro. Mio zio lavorava, e loro, i fascisti, sono andati in casa sua
e hanno buttato giù tutto il mobilio dal balcone. L’ho visto io:
mobilio, bicchieri, stoviglie. E mentre vedevo la roba che volava
giù, ho visto due carabinieri con mio zio che lo portavano via, a
Pianezza. E’ stato un mese nella prigione di Pianezza, e quando è
uscito aveva la barba lunga e non lo conoscevamo più. Mia zia, che
aveva i bambini piccoli, li ha presi ed è andata da mio nonno, in
via Sommellier. Mio nonno non aveva l’alloggio per tutti….
Non ci sono state intimidazioni
subito: “loro” organizzavano le gite, radunavano i ragazzi tutte le
domeniche e li portavano da qualche parte. Insomma attiravano i
giovani in quel modo. Poi, tra questi giovani, i più vecchi, non è
che avevano cambiato idea, se ne stavano tranquilli…
La cooperativa non c’era più,
l’avevano fatta chiudere. Il dopolavoro pure. Non c’era più niente.
Cioè c’erano 5 o 6 sale da ballo; di là di Dora io non sono mai
andata…in via Cavour…; al Belvedere c’era l’Albergo e la sala da
ballo; e al Fiorito c’era anche la sala da ballo…
Ho iniziato a lavorare a 12 anni
alla Philips, ma stavo sempre male a causa del gas…e pensare che
avevo un bel lavoro! Ma ogni giorno mi veniva male e andavo sovente
in bagno, stavo una mezz’oretta e al pomeriggio anticipavo l’entrata
per recuperare…ma la cartolina la bollavo all’orario di entrata.
Di pomeriggio mi prendeva meno
quel male; di mattina mi prendeva sia a stomaco vuoto che pieno.
Così non mangiavo a colazione, e poi neanche a pranzo.
Mia madre non era tanto tenera:
non osavo dire che mi vergognavo perchè tutti i giorni dovevo stare
via dal lavoro un’ora perché stavo male… Un bel momento mio padre le
disse: “… dì a Elsa che non vada più, non vedi che viaggia solo il
grembiule?” Però ho lavorato un anno e non l’hanno conteggiato
nemmeno per la pensione, perché si partiva dai 14 anni…. Dopo di lì
sono andata al Fiorito, stavo bene
C’era il tabaccaio e l’albergo.
La mamma si occupava dei pranzi, perché tutti i giorni c’era gente a
mangiare. Nella tabaccheria c’era Rosa, la ragazza. Io ero un po’ di
qua e un po’ di là, pulivo e lavavo i piatti. Lì sono stata un anno,
un anno e mezzo, poi sono andata a Rivoli, alla filatura.
La filatura era su, in cima alla
via maestra. Dove c’era il Comune c’era una piazzetta con due vie:
una che scendeva e una che andava su; e su questa che sale, c’era un
portone grosso e lì c’era la filatura. Anche lì sono stata un anno:
andavo a piedi, con la neve fino alle ginocchia. Non mi piaceva
molto, ma non c’era altro. Poi sono andata all’officina, perché lì
chiudevano.
La portinaia mi aveva chiesto se
volevo fare la babysitter, io ho accettato perché così avrei portato
sempre qualche soldino a casa a mio padre (perché se li prendeva mia
madre, non li tirava più fuori i soldi). Andavo a casa alla
domenica. Per un anno ho guardato le bambine. Erano tre. Io facevo
altre cose, ma la signora non voleva che facessi altro, al limite
lavare i piatti. E così facevo. Dopo un anno mi disse che, se
volevo, potevo andare nell’officina a lavorare al tornio, e lei si
sarebbe guardata le bambine. Ma mio padre non voleva, perché sarei
stata sola ad andare e venire da Rivoli, a differenza del posto
dove lavoravo prima, perché c’erano altri e si faceva la strada
insieme. Alla sera, lì, facevano dei lavori per l’aeronautica.
Mi sono sposata il sei maggio del
1937, non avevo ancora compiuto 19 anni. Mio marito non era di qui.
L’ho conosciuto vicino ad Almese. Ero con una mia amica di Rivoli,
che andava dallo zio per vedere se c’erano delle pesche. Andammo in
bici una domenica, c’era festa del paese e il ballo al palchetto. E
mentre lo zio vedeva quante pesche poteva darle, noi siamo andate a
sentire la musica. C’erano poche coppie, e c’erano tante ragazze più
vecchie di me, e di Alpignano anche. Io già pensavo che l’avrebbero
detto a mio padre, che mi sapeva a Rivoli. Mio “marito” mi chiese di
ballare; ho ballato la quadriglia ma friggevo… Dissi alla mia amica
di andar via, ma lei rispose che dovevamo aspettare lo zio, che era
andato nei campi, ed io ero in ansia… Poi alla fine siamo venute
via. Queste ragazze di Alpignano andavano spesso lì, e mio marito le
conosceva già, e lui chiese loro se mi conoscevano. Una di loro mi
conosceva e così la domenica dopo me lo sono ritrovato in mezzo ai
piedi. Qui ad Alpignano c’era festa in Girolina, era il 15 agosto e
si ballava. Mio padre mi aveva dato il permesso di andare.
Non pensavo di vederlo arrivare
lì, è stato un caso. Con me c’erano mia zia e mia sorella, che aveva
10 anni. Mi sono sentita toccare la spalla e mi sono detta: “…povera
me, di nuovo questo qui”. Ho ballato più di una quadriglia, e
siccome mio padre si era raccomandato di non tornare a casa oltre la
mezzanotte, io ho fatto così. Mi ha chiesto se poteva accompagnarmi,
e poi con la bici sarebbe andato a casa. Non l’ho più visto per un
pò di domeniche. Poi, lo vidi vicino alla stazione in bici, io ero a
piedi e mi ha fermato per parlare. Gli ho detto che non potevo
impegnarmi perché a casa mia c’era poco ed io ero a lavorare a
Rivoli. Poi è andata avanti così nove mesi, io gli ho detto che ne
avevo abbastanza, non volevo avere preoccupazioni perché dovevo
lavorare. Invece lui ha deciso di sposarsi. Così è andata. Aveva una
fidanzata qui ad Alpignano. Era fidanzato da cinque anni. Io non lo
sapevo prima, perché se lo avessi saputo non lo avrei accettato.
Siamo andati ad abitare a Ferriera e ci siamo stati 29 anni prima di
ritornare in Alpignano...
Ero andata a lavorare un anno
anche alla Pizzi di Cascine Vica, ma guadagnavo poco e allora ho
rifatto domanda per la Philips. Alla Philips, se era bello, andavo
in bici, altrimenti in bici fino ad Avigliana e poi in treno. Mio
marito lavorava in ferriera
Non ci aspettavamo l’annuncio di
guerra. Mio marito era stato richiamato perché era stato in sanità,
e doveva rinnovare il suo percorso, fare cioè un corso, e li hanno
richiamati tutti all’ospedale militare di Torino. Aveva già fatto la
guerra, ma in Africa non c’era mai andato perché, combinazione, era
sempre indietro quando doveva salire sulle navi.
Quando io l’ho conosciuto, era a
casa da soli 15 giorni. Poi l’hanno richiamato di nuovo nel 1938 per
rifare il corso e l’hanno fatto fermare. Il rancio non lo mangiava,
la sera andava a cenare nelle bettole, ed io lavorando ai Pizzi
guadagnavo poco, e non c’erano molti soldi da dare anche a lui, e
così ho fatto domanda alla Philips. L’annuncio della guerra l’ho
vissuto così: quando è suonata la sirena sapevamo già che dovevamo
uscire. Alle sei di sera siamo andati alla stazione, c’era un
microfono e c’era il Duce che parlava: ha detto che aveva già
avvertito tutte le Nazioni e che da quel momento eravamo in guerra.
C’era un po’ di ignoranza: non
avremmo mai dovuto credere che sarebbe stata una guerra lampo. E’
durata 5 anni.
Mio marito non aveva ancora
finito il corso, e non lo mandavano a casa. Poi con l’esonero, è
venuto a casa
C’era poco da mangiare e andavo
io di qua e di là a cercare. I miei suoceri e mia cognata avrebbero
fatto la fame… Io andavo alle Milanere a tutte le ore e, passando
dove conoscevo, dicevo: “ … sabato vengo di nuovo, mi tiene un po’
di roba?” Io andavo e mi portavo via un po’ di tutto: uova, farina,
magari poca roba. Poi, quando mio marito è venuto a casa, ci hanno
dato un pezzo di terra e abbiamo seminato il grano. Una volta veniva
la macchina per il grano in ogni cortile, invece noi dovevamo andare
a Villardora a portare il grano; ognuno doveva andare lì per conto
suo. Alle 5 del mattino si andava con il carro, ed una volta siamo
passati per ultimi, ed io sono andata sulla macchina da sola per
battere il grano, perché essendo stata ultima, erano già andati
tutti via e non c’era neppure mio marito…
C’erano posti di blocco lì
intorno … e c’erano i bombardamenti.
La sera dopo l’annuncio della
guerra, erano già a Torino, avevano solo la strada di Collegno per
passare… Quando suonava l’allarme erano già su di noi, che andavamo
nelle cantine delle case a ripararci. Dicevo sempre: “… che suoni
pure l’allarme, stasera non esco proprio...” Poi, quando suonava
l’allarme, si andava tutti via…
Mia suocera aveva la borsa
preparata per andare via. Andavamo tutti nella stessa casa.
C’erano sfollati a Buttigliera.
Noi abitavamo nelle case operaie
e non era un posto tanto felice perché c’era la strada per andare in
Francia e la ferrovia: bombardavano lì. Mettevano il blocchi a
Ferriera: chi veniva da Rivoli o da Avigliana veniva fermato lì.
Alla stazione di Avigliana, sul binario morto c’era già il treno
pronto per la tradotta per quelli che prendevano, per portarli in
Germania.
Io ho vissuto così, andando
avanti e indietro, e il 25 luglio 43, quando il Duce è caduto, noi
non sapevamo cosa sarebbe successo: era tutto una sorpresa.
Qualcuno pensava che sarebbe
andata meglio; quello (il Duce) era carismatico, a qualcuno piaceva
pure, ma la gente era stufa, la guerra non la voleva più, la gente
non ne poteva più anche in fabbrica.
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