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L’8/5/45 venni congedato in Alpignano (Villa Delù) dal Corpo Volontari per la Libertà, 17° brigata Garibaldi, Dist. Ezio Calet. Finalmente la guerra era finita! Vittoriosamente per noi. Dopo tanti mesi riabbracciai la mamma e i fratelli. Purtroppo la mia famiglia non era al completo: mio padre era prigioniero, in Sicilia, degli inglesi. Ritornò in ottobre. Quel giorno andai lì, in stazione a Biella ( perché eravamo ancora sfollati a Occhieppo Sup.) ad aspettarlo. Aspettai con ansia e trepidazione. Quando il treno arrivò e i passeggeri scesero, cercai di vedere mio Padre, che arrivava dopo 5 anni di assenza. Era dal maggio del 1939, quando era stato richiamato dalla Regia Marina, che non ci vedevamo. Ora, di ritorno dalla Sicilia, ci ritrovammo uno di fronte all’altro: non lo riconobbi subito! Era partito alto e robusto e me lo ritrovavo davanti magro, invecchiato, forse stanco del lungo viaggio … ma finalmente riuniti! Quante cose avevamo da dirci! Lui, la sua guerra per mare; io, la mia in montagna; la mamma, che si trovò sola a mandare avanti la casa, a dover lavorare e allevare 2 figli. Ora si ponevano altri problemi: rientrare a Torino e cercare casa, ma soprattutto cercare il lavoro. Mi attivai subito, ma la ripresa economica era lenta. Le officine si stavano riorganizzando; i grandi stabilimenti non davano lavoro e le materie prime mancavano. Le industrie andavano a rilento … A Torino, passata l’euforia della Liberazione, i partiti di centro-destra avevano cominciato con la loro subdola propaganda contro i comunisti ed i partigiani (considerati comunisti). Formarono persino dei gruppi che presero il nome di “Uomo Qualunque”. Pure il clero si diede da fare contro di noi, fino ad arrivare alla scomunica con Pio XXII. Dov’erano finiti i festeggiamenti, che in passato Torino aveva tributato ai partigiani, che sfilavano dopo aver liberato la città? Mi sentivo umiliato e offeso. Offeso ogni volta che sentivo parlare male dei partigiani: dicevano che erano ladri e che a causa loro i tedeschi avevano fatto i rastrellamenti, uccidendo tanti civili… che la città era stata liberata grazie agli americani… Com’è corta la memoria della gente, certe volte: Torino era già libera, grazie a noi, quando gli alleati arrivarono! Allora, ricordavo i paesi dove la Resistenza aveva operato, dove ero stato partigiano, e l’amicizia e la cordialità della gente, che ci aveva permesso di sopravvivere… La ricerca del lavoro non fu facile con quel clima. Avevo cercato presso le officine dove avevo lavorato prima della guerra: una era stata distrutta dai bombardamenti, la seconda, il proprietario si era trasferito in Liguria. Provai altrove, ma quando mi chiedevano dove avevo fatto il militare e rispondevo che ero stato partigiano, la loro risposta era: “…per ora ci stiamo riorganizzando e aspettiamo ordinazioni…” Prendevano il nome dicendo che mi avrebbero convocato. Ma la convocazione non venne mai. Trovai infine lavoro, con misero salario, dove lavorava un mio amico: una bottega di falegnameria. Io volevo fare il modellatore, invece. Incontrai Sergio, che pure lui faceva il modellatore alla Pinin Farina. Da Sergio seppi che nella commissione interna c’era un mio vicino di casa. Andai a trovarlo e mi spiegò come fare la domanda, come presentarmi. Ci provai: portai il mio curriculum di modellatore, senza aggiungere che avevo fatto il partigiano. Dopo vari giorni, mi arrivò la convocazione e mi presentai all’ufficio assunzioni. Finalmente assunto, potevo fare il lavoro che mi piaceva. Mi assegnarono al reparto montaggio, nella linea “Cabriolet”. Altro colpo di fortuna: il capo reparto era un abitante di Viù, e sentendo che parlava bene dei partigiani, gli confidai che avevo fatto il partigiano nella sua vallata. Il capo, soddisfatto del lavoro che facevo, aveva ora un altro aspetto da considerare a mio favore. Un brutto giorno venimmo a sapere che avevano fatto l’attentato a Togliatti. La fabbrica si fermò: ci riunimmo nell’ufficio della commissione interna e bloccammo gli uffici e la direzione, ed invitammo il signor F. a non uscire dalla fabbrica, perché avevamo paura di un colpo di stato. Noi, ex partigiani, decidemmo di prepararci a giorni difficili. Ci chiesero di presidiare la Federazione Giovanile in via S. F. D’Assisi, e là trovammo altri compagni di lotta, e tra questi Pecchioli, che era un responsabile dei giovani comunisti. Restammo in federazione per qualche giorno, e scongiurato il pericolo, ritornammo in fabbrica. Che momenti ! In fabbrica ci furono scioperi per il contratto di lavoro, e la nostra situazione peggiorò: ci controllavano in tutti i modi, eravamo sorvegliati a vista. Una mattina ci dissero di prepararci, che dovevamo spostarci di reparto per dei nuovi lavori. Capimmo poi che era un trasferimento di punizione: ci trovammo solo tra noi che lottavamo per migliorare la vita lavorativa. Nella nuova officina, più vicina ad un lager, ci lasciarono una settimana senza darci un lavoro e separati, che non ci potevamo parlare. Prima si accettò la situazione, poi iniziò la contestazione. Ci lasciarono a casa, dicendo che non c’era lavoro. Ci avrebbero richiamati… dissero. Invece arrivò la lettera di licenziamento con la data per andare a ritirare gli indumenti di lavoro. Quando ci presentammo, non ci lasciarono neanche entrare in fabbrica, ci liquidarono attraverso le sbarre del cancello, osservati a vista dalle guardie. Così finiva, dopo 5 anni, il nostro primo approccio con il mondo del lavoro, con la nostra resistenza a farci schiacciare sul lavoro. Sergio fu anche lui licenziato. Due giorni dopo avevo già trovato lavoro come scoccaio presso la carrozzeria Frua. Trovai compagni che mi aiutarono ad inserirmi. Anche il titolare non mi chiese nulla: a lui interessava la mia professionalità. Lo stipendio non era soddisfacente, ma per il momento mi accontentai. Dovevo essere contento di aver trovato quel lavoro! Lavoravo 12 ore al giorno e vi restai 2 anni. Poi Sergio mi disse che alla Lancia cercavano modellatori. Un mattino, mi presentai dal signor G, capo delle officine Esperienze, e gli dissi che ero un modellatore. Mi convocò per il giorno successivo all’ufficio mano d’opera, e mi presentò come modellatore. Il capo ufficio mi interrogò e dissi di aver fatto il partigiano. Mi fece fare la domanda e mi comunicò che avrei dovuto fare un mese di prova. Sapevo che quelle proposte erano fatte per liquidarmi, e quindi non accettai, e fui irremovibile nella decisione. Chiamarono il signor G, e gli spiegai perché non accettavo la loro proposta. Si appartarono i capi e poi mi dissero che era tutto risolto, e di presentarmi in officina dove però dovevo fare un capolavoro per dimostrare le mie qualità professionali, e nei tempi che mi avrebbero dato. Due giorni dopo entravo a far parte delle Esperienze Lancia. Infatti il capo mi disse che era soddisfatto del lavoro che avevo eseguito, e che avrei dovuto pensare al lavoro e non alla politica, e che lì avrei avuto un futuro. In quei tempi era in corso la trattativa del contratto, e le cose andavano per le lunghe. Noi avevamo incominciato un nuovo modello, e alla Lancia c’erano grandi cambiamenti: la fabbrica era stata ceduta al gruppo Pesenti, e presidente era stato nominato l’ing. F. Si lavorava intensamente per finire il nuovo prototipo che doveva sostituire l’Appia. Proprio nei giorni che si doveva presentare il nuovo modello, noi eravamo in agitazione perché del contratto non se ne parlava, e si era dichiarato lo sciopero. Questo mandò l’ing. F. su tutte le furie e fece arrivare una ditta specializzata per finire il lavoro. Per punizione fummo trasferiti nell’officina dove si costruiva l’Appia, nel reparto lastratura. La punizione finì 4 mesi dopo, perché c’era un altro modello da costruire: la Flavia. Forse a farla costruire da quella ditta gli costava troppo… Si ricominciava, contenti di avere avuto il contratto firmato, e di essere rientrati al nostro posto. Il modello procedeva bene. Fui chiamato dal capo officina che mi fece un sermone: io lo ascoltavo, ma non riuscivo a capire dove volesse andare a parare. Poi, in modo magnanimo, mi disse che mi passava di categoria: da operaio ad operatore (lavoro che già svolgevo senza riconoscimento alcuno). Fui ancora fortunato perché, come responsabile del progetto in corso, arrivò un ingegnere che si chiamava C. Fresco di laurea, venni a sapere, e figlio di un senatore socialista della Repubblica, col quale dovevo collaborare al progetto. Un giorno, parlando con lui, gli dissi che avevo fatto il partigiano, e di conseguenza le disavventure nella mia ricerca di lavoro, e ciò che era successo alla Pinin Farina. Lui ascoltò con interesse, così come con grande curiosità seguiva il procedere della costruzione della scocca. In officina, l’ing. C. stabilì un rapporto più democratico con i suoi collaboratori . Una sera tornando a casa dal lavoro, incontrai il padrone di casa che mi avvisò che erano passati i carabinieri a chiedere informazioni su di me. Volevano sapere i giornali che leggevo, cosa facevo nel tempo libero, e chi frequentavo o ricevevo in casa. La cosa si ripeté un paio di volte e poi smisero le visite. Il lavoro continuava, e sempre lottando per migliorare la nostra vita. In quel periodo fu istituita la festa della donna, e noi, all’entrata, offrivamo mimose, data la storia della festa dell’8 marzo. Alcune operaie buttavano il mazzolino, altre lo nascondevano in borsa. Seguirono anni di dure lotte per i contratti di lavoro. Una mattina, prima di iniziare il lavoro, arrivò l’impiegato e ci disse di andarci a preparare, perché si doveva andare ad un’importante riunione di noi quadri, e di radunarci nel piazzale davanti alla direzione. Ci caricarono su di un camion e nessuno sapeva la destinazione. Il viaggio finì al Valentino, davanti al Palazzo dell’Esposizione. C’erano già una massa di lavoratori e ci dissero che dovevamo fare la marcia di protesta (la marcia dei quarantamila). Capimmo, dai discorsi che facevano certi gruppi della Fiat, che erano contro lo sciopero del contratto di lavoro, che durava da troppo tempo. Il nostro gruppo della Lancia si riunì, e decidemmo di non partecipare. Quando il corteo partì per Corso Massimo D’Azeglio, noi ci nascondemmo dietro le siepi del Parco del Valentino. Il giorno dopo, gli scioperi cessarono e noi rientrammo a testa bassa per la sconfitta, mentre la Fiat cantava vittoria. La nostra Officina continuò come al solito, grazie all’atteggiamento democratico dell’ing. C. Così passarono i mesi, fino al giorno che, con rincrescimento, arrivò il pensionamento. Era la fine di luglio del 1981. Ora vivo la mia vita da pensionato ai piedi delle mie montagne, dove ho fatto la Resistenza, dove ogni cosa che mi circonda è un ricordo. Dalla Resistenza non si va in pensione, e allora bisogna trasmettere la memoria ai giovani perché capiscano. Noi non eravamo eroi, ma giovani che non avevamo accettato di avere un piede sul cuore e sulla testa, per dirla con Quasimodo (E come potevamo noi cantare
con il piede straniero sopra il cuore, La Libertà, la giustizia sociale e la democrazia sono valori reali e bisogna averne cura. Niente è dato per sempre. “Lungh”
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