i giovani ... per non dimenticare ...

 

 

Alpignano 2010: NON DIMENTICARE

22/23 Gennaio: teatro e dibattito

e fino al 28 Gennaio la mostra

 

Ricordiamo gli ex Internati di Alpignano

 

 

 

 


 

2008, 27 gennaio

GIORNO DELLA MEMORIA

 

Alpignano: 25 gennaio inizio percorso "GIORNO DELLA MEMORIA"

 

 

Riceviamo e pubblichiamo dall'ANPI Viareggio

"Vi invio il manifestino della nostra iniziativa per il
giorno della  memoria.
Cordiali saluti

Ghilarducci"
 

 


riceviamo e pubblichiamo: "OTTO MILIONI DI BAIONETTE"

 


 

Primo Levi vent'anni dopo

L'11 aprile 1987 moriva suicida. Oggi capiamo la sua grandezza di scrittore, non solo di testimone

ERNESTO FERRERO

L’unica sera in cui mia moglie ed io riuscimmo ad averlo ospite a cena (non poteva e non voleva abbandonare l’estenuante presidio delle cure alle madre lungodegente) Primo Levi portò in dono a nostra figlia bambina una cavia di peluche. Lo disse lui, che era una cavia, perché non avrei saputo dare un nome esatto al tenero batuffolo bianco e marrone chiaro. Ci commosse (ma non sorprese) il fatto che fra tanti altri animali di peluche più ovvii lui fosse andato a scovare chissà dove proprio una cavia. Non era un’autorappresentazione simbolica. Primo non metteva mai avanti se stesso, in questo assai simile all’amico Italo Calvino, che preferiva le posizioni defilate, in secondo piano, e come il Barone rampante guardava il mondo dai rami di un albero.

Certo, Primo era stato uno dei tanti animali da laboratorio su cui i nazisti (ma diciamo pure i tedeschi) avevano condotto i loro immondi esperimenti di distruzione della personalità, prima ancora che della corporalità. Lui non era stato né passivo né rassegnato. Il neo-laureato partito per Auschwitz aveva impegnato ogni energia intellettuale, tutta la sua cultura già solida e ramificata, nutrita di scienza e tecnica, ma soprattutto di Dante, tutta la sua capacità d’osservazione per imprimere nella mente ogni dettaglio significativo dell’atroce esperienza, e poi restituirlo a tempo debito. Con la sua cavia, Primo voleva alludere al destino di tanti esseri viventi straziati senza colpa. Voleva dire che anche gli animali, le cose, gli oggetti più umili sono, per chi abbia mente e cuore per guardarli, una fonte d’infinita di meraviglia e delizia. Persino la spregevole tenia, povero essere cieco costretto ad inventarsi una laboriosa nicchia di sopravvivenza, è ammirevole per la creatività con cui interpreta il copione del dramma darwiniano.

Questo concetto viene riaffermato con esplicita chiarezza in uno degli ultimi (bellissimi e inediti) racconti di Primo, lettere scientifiche in cui si spiegano in amabile chiave divulgativa i fenomeni della fisica quotidiana. Perché un uovo bollendo diventa sodo, invece di liquefarsi? Primo lo sapeva perché, come dicevano ammirati i suoi amici dei vent’anni, «sapeva tutto». Scrive: «... Finché avrò vita, continuerò a meravigliarmi, non solo delle uova, ma anche delle mosche, delle moschee, dei poliedri, dei granelli di polvere e dei ciottoli dei torrenti... Non esiste oggetto che non desti meraviglia o curiosità, purché sia esaminato con l’occhio a fuoco e con sufficiente ingrandimento». L’abitudine all’ingrandimento veniva a Primo dal microscopio che, bambino, era riuscito a strappare al padre, così come quell’altra abitudine, raccontare montando pezzi di lunghezza più o meno eguale, gli veniva dalla passione per il Meccano. Così come una quantità d’altri atteggiamenti conoscitivi gli sono venuti dal mestiere di chimico: l’abitudine a distinguere, classificare, combinare, sperimentare, e ricominciare daccapo, facendo tesoro delle sconfitte.

È un’attività assai simile alla chimica anche la scrittura, ma quanto ce n’è voluto per capire che la sua professione, in cui era al solito bravissimo, non era una diminutivo, un handicap lieve ma evidente, quanto piuttosto un accrescimento, un «più» di rigore metodologico e avventurosa ricerca. E quanto ce n’è voluto per scrollarsi di dosso l’altra etichetta riduttiva del testimone: come se testimoniare, anzi rappresentare e analizzare l’incredibile non richiedesse un massimo d’intelligenza e di capacità, un vertice assoluto di scrittura, la misura già classica (a ventisette anni!) di Marcaurelio e di Montaigne.

Perché il ventennale della scomparsa di Primo Levi, o meglio, della sua crescente presenza nel mondo, della sua indispensabilità, abbia un senso vero, occorre tornare a leggerlo con la stessa attenzione curiosa ed empatica che era la sua. La distanza serve a capire meglio la grandezza dello scrittore, dai racconti troppo poco letti (e persino mal capiti, all’inizio) a Il sistema periodico, di cui Saul Bellow diceva che avrebbe voluto scriverlo lui; dalla Chiave a stella, provocatoria rivalutazione del lavoro manuale e del «pensare con le mani» nel pieno degli anni di piombo, alla riflessione fondativa dei Sommersi i salvati, ai pezzi estemporanei che scriveva per La Stampa, da cui si usciva rasserenati e incantati, proprio quando parlavano di argomenti apparentemente minori.

Quante cose ha saputo essere l’uomo che per prudenza e modestia si dichiarava scrittore della domenica: memorialista, narratore, saggista, storico, poeta, scienziato, chimico, zoologo, linguista... Forse soprattutto l’antropologo (Claude Lévi-Strauss, ammirato, gli aveva dato il benvenuto nella corporazione) che ha elaborato la categoria della «zona grigia», vera «chiave a stella» con cui smontare e rimontare i meccanismi banalmente perversi dei comportamenti umani. Non era un neo-positivista, come qualcuno pensava, ma un esploratore che, come quel Kafka che tanto lo turbava, si è misurato tutta la vita con l’ombra e con il dubbio: è questo l’uomo? È il burocrate che pianifica lo sterminio come un qualsiasi problema industriale? È il prigioniero che collabora per un giorno di vita in più? Siamo noi, immersi ogni giorno nella «zona grigia» del compromesso? Tanto era il suo equilibrio, la sua altezza morale, la sua capacità di ricerca, che gli abbiamo firmato una delega in bianco e l’abbiamo lasciato solo. Finché c’era lui a vegliare alle porte infere del Male, potevamo stare tranquilli. Lui ha indagato e alla fine ha pagato per tutti, anche per i sommersi che non sanno di esserlo. Siano rese grazie al deportato 174517 che riposa all’ombra amica di un acero nel cimitero ebraico di Torino: all’amico discreto e generoso che incarnava le migliori ragioni dell’umano e fu costretto a misurarsi con il massimo della disumanità; al Giusto tra i giusti che ci ha insegnato a ragionare e distinguere, a conoscere i segreti della bellezza della materia vivente, a fissare l’orrore senza disperare.

(la Stampa online)

Nota della redazione: abbiamo scelto di pubblicare il pezzo della STAMPA perchè racconta di un Levi altamente umano e, come tale, conoscitore dell'umana specie. Attualissimo, può essere un esempio per i nostri giovani, e un incontro auspicabile anche per le donne e gli uomini che oggi sembrano persi nella superficialità dell'essere.

Segnaliamo opere di Levi, pubblicate da Einaudi(altri, tra parentesi la casa editrice):

La chiave a stella /L'altrui mestiere/Dialogo (con Tullio Regge)/Se questo è un uomo/Il sistema periodico/I sommersi e i salvati /La tregua/Tutti i racconti/Articoli e saggi 1955-1987/L'ultimo Natale di guerra/Conversazioni e interviste 1963-1987/ Ad ora incerta (Garzanti)/ L'asimmetria e la vita/I racconti: Storie naturali-Vizio di forma-Lilit/Se non ora, quando?/Il fabbricante di specchi. Racconti e saggi (La Stampa)/Opere. Vol. 2: Romanzi e poesie/Opere/

 

MUSEO DIFFUSO DELLA RESISTENZA,

DELLA DEPORTAZIONE, DELLA GUERRA,

DEI DIRITTI E DELLA LIBERTÀ

Corso Valdocco 4a, tel. 011 436 1433

Ma Me Ve Sa Do: ore 10.00 - 18.00

Giovedì: ore 14.00 – 22.00

Lunedì chiuso

Ingresso libero

 

dal 18 aprile al 14 ottobre

PRIMO LEVI. I giorni e le opere

La mostra, insignita dell’Alto Patronato del Presidente della

Repubblica, è prodotta dal Centre d’Histoire de la Résistance

et de la Déportation di Lione, a cura di Philippe Mesnard e

Carlo Saletti.

Il Museo Diffuso la presenta nella versione italiana, curata da

Alberto Cavaglion e Elisabetta Ruffini, grazie al sostegno della

Regione Piemonte e con la collaborazione della Fondazione

Teatro Stabile di Torino.

Attraverso fotografie, immagini video e riproduzioni di

documenti, la mostra presenta le diverse linee che

definiscono Primo Levi intellettuale e scrittore e Primo Levi

testimone della Shoah. L’evoluzione di queste linee, i loro

punti di incontro e di divergenza, la loro tensione ne sono

perciò il punto di partenza.

La versione torinese sarà inoltre arricchita da un

videoallestimento sulla rappresentazione teatrale di Se questo

è un uomo, presentata al teatro Carignano nella stagione

1966/67 del Teatro Stabile, per la regia di Gianfranco De Bosio

nell’adattamento drammaturgico curato dallo stesso Primo

Levi con Pieralberto Marché.

Visite guidate e laboratori per le scuole su prenotazione al

numero verde Museiscuol@ 800 553130

 

 


 27 Gennaio: giorno della MEMORIA

Prima vennero per gli ebrei

" Prima vennero per gli ebrei
e io non dissi nulla perché
non ero ebreo.

Poi vennero per i comunisti
e io non dissi nulla perché
non ero comunista.

Poi vennero per i sindacalisti
e io non dissi nulla perché
non ero sindacalista.

Poi vennero a prendere me.
E non era rimasto più nessuno
che potesse dire qualcosa."

Martin Niemoeller

pastore evangelico deportato a Dachau

... quando un film aiuta a capire ...

Chaplin:
"Il Grande Dittatore"
Il discorso del dittatore


"Noi tutti vogliamo aiutarci vicendevolmente. Gli esseri umani sono fatti così. Vogliamo vivere della reciproca felicità, ma non della reciproca infelicità. Non vogliamo odiarci e disprezzarci. Al mondo c'è posto per tutti. E la buona terra è ricca e in grado di provvedere a tutti.
La vita può essere libera e bella, ma noi abbiamo smarrito la strada: la cupidigia ha avvelenato l'animo degli uomini, ha chiuso il mondo dietro una barricata di odio, ci ha fatto marciare, col passo dell'oca, verso l'infelicità e lo spargimento di sangue. Abbiamo aumentato la velocità, ma ci siamo chiusi dentro. Le macchine che danno l'abbondanza ci hanno lasciato nel bisogno. La nostra sapienza ci ha resi cinici; l'intelligenza duri e spietati. Pensiamo troppo e sentiamo troppo poco. Più che di macchine abbiamo bisogno di umanità. Più che d'intelligenza abbiamo bisogno di dolcezza e di bontà. Senza queste doti la vita sarà violenta e tutto andrà perduto.
L'aereo e la radio ci hanno avvicinati. E' l'intima natura di queste cose a invocare la bontà dell'uomo, a invocare la fratellanza universale, l'unità di tutti noi. Anche ora la mia voce raggiunge milioni di persone in ogni parte del mondo, milioni di uomini, donne e bambini disperati, vittime di un sistema che costringe l'uomo a torturare e imprigionare gli innocenti. A quanti possono udirmi io dico: non disperate. L'infelicità che ci ha colpito non è che un effetto dell'ingordigia umana: l'amarezza di coloro che temono la via del progresso umano. L'odio degli uomini passerà, i dittatori moriranno e il potere che hanno strappato al mondo ritornerà al popolo. E finché gli uomini non saranno morti la libertà non perirà mai.
Soldati! Non consegnatevi a questi bruti, che vi disprezzano, che vi riducono in schiavitù, che irreggimentano la vostra vita, vi dicono quello che dovete fare, quello che dovete pensare e sentire! Che vi istruiscono, vi tengono a dieta, vi trattano come bestie e si servono di voi come carne da cannone. Non datevi a questi uomini inumani: uomini-macchine con una macchina al posto del cervello e una macchina al posto del cuore! Voi non siete delle macchine! Siete degli uomini! Con in cuore l'amore per l'umanità! Non odiate! Solo chi non è amato odia! Chi non è amato e chi non ha rinnegato la sua condizione umana! (sic)
Soldati! Non combattete per la schiavitù! Battetevi per la libertà! Nel diciassettesimo capitolo di san Luca sta scritto che il regno di Dio è nell'uomo: non in un uomo o in un gruppo di uomini ma in tutti gli uomini! In voi! Voi, il popolo, avete il potere di rendere questa vita libera e bella, di rendere questa vita una magnifica avventura. E allora, in nome della democrazia, usiamo questo potere, uniamoci tutti. Battiamoci per un mondo nuovo, un mondo buono che dia agli uomini la possibilità di lavorare, che dia alla gioventù un futuro e alla vecchiaia una sicurezza.
Promettendo queste cose i bruti sono saliti al potere. Ma essi mentono! Non mantengono questa promessa. Né lo faranno mai! I dittatori liberano se stessi ma riducono il popolo in schiavitù. Battiamoci per liberare il mondo, per abbattere le barriere nazionali, per eliminare l'ingordigia, l'odio e l'intolleranza. Battiamoci per un mondo ragionevole, un mondo in cui la scienza e il progresso conducano alla felicità di tutti. Soldati uniamoci in nome della democrazia!
Hannah, mi senti? Ovunque tu sia, alza gli occhi! Alza gli occhi, Hannah! Le nubi si disperdono! E torna il sole! Usciamo dalle tenebre alla luce! Entriamo in un mondo nuovo, un mondo più buono, dove gli uomini saranno superiori alla loro ingordigia, al loro odio e alla loro brutalità. Alza gli occhi, Hannah! L'anima dell'uomo ha messo le ali e finalmente egli comincia a volare. Vola nell'arcobaleno, nella luce della speranza. Alza gli occhi, Hannah! Alza gli occhi!"

 


“Conoscere per non perdere la memoria"

di Sara Valentina Di Palma

  • (DEP - Rivista telematica di studi sulla memoria femminile)


SE QUESTO E' UN UOMO

Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case;
Voi che trovate tornando la sera
Il cibo caldo e visi amici:

Considerate se questo è un uomo
Che lavora nel fango
Che non conosce la pace
Che lotta per mezzo pane
Che muore per un sì e per un no

Considerate se questa è una donna,
Senza capelli e senza nome
Senza più forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana d'inverno:

Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole:
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via,

Coricandovi alzandovi;
Ripetetele ai vostri figli:
O vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca,
I vostri cari torcano il viso da voi.

Primo Levi

Se questo è un uomo -
 Opere Complete -Einaudi


STATISTICA GENERALE DEGLI EBREI VITTIME DELLA SHOAH IN ITALIA (1943-1945)

visita il sito


... pagine (dalle testimonianze "meno" cruenti) tratte dal libro:

 "DONNE E BAMBINI NEI LAGER NAZISTI"

testimonianze dirette raccolte a cura di Giorgina Bellak e Giovanni Melodia

(Associazione Nazionale ex Deportati politici nei campi nazisti - Milano - 1960/61)

Bruno Piazza: Le nostre compagne, i nostri figli, ad Auschwitz

i racconti del Comandante del lager Rudolf Hoess:

... I Crematori ...

... la "missione" del Comandante ...

...

clicca qui per approfondire la conoscenza storica

Lager italiani - La risiera di San Sabba

...

... molti, pur consci del pericolo cui si esponevano, salvarono la vita a ebrei italiani e stranieri, nascondendoli nelle loro case; i partigiani accompagnarono alla frontiera svizzera centinaia di vecchi e bambini, e li misero in salvo. Molti ebrei trovarono rifugio e salvezza grazie alla Chiesa cattolica ...

...I GIUSTI...

...

Ai Docenti

Insegnare la Shoah; parlare dello sterminio sistematico di milioni di uomini, di donne, di bambini perpetrato dal nazismo in nome di un progetto che non ammetteva l'esistenza di "razze inferiori" e che prevedeva l'eliminazione fisica di ogni voce di opposizione. Come trasmettere l'insegnamento di questa immane tragedia a ragazzi bombardati ogni giorno da notizie di guerre, di ingiustizie, di orrendi attentati?

vedi sito


... Commento...

Quando l’uomo, la donna, perdono se stessi, ovvero quella parte umana che distingue la nostra specie dalle belve, quel che ne esce è inenarrabile. Eppure non basta dire: “... la guerra degrada l’umano”; se così fosse l’umanità avrebbe, in base alle esperienze vissute, evitato le guerre, le guerriglie, la violenza... Invece, basta dare uno sguardo a trecentosessanta gradi a questo povero mondo e la crudeltà è all’ordine del giorno, a partire dai bambini che subiscono violenze di ogni genere.

Allora la domanda è: perché l’essere umano ha bisogno di autodistruggersi? Far violenza agli altri è farla a se stessi, perché gli altri ci rimandano l’immagine di quello che siamo, persone e/o nazione. Cosa c’è dunque, in quest’aria che respiriamo (economica-culturale-sociale) che ci rende belve? Prego, prendiamoci un po’ di silenzio attivo per riflettere come soggetti (e non oggetti della moda): Io chi sono? - In quale contesto cresco, imparo, lavoro, vivo? - Sto bene con me stesso? - Cosa mi fa star male (reale o indotto dal sistema)? - Come uscirne? - Di cosa ho realmente bisogno? - Come costruirlo? ...

Recuperare il tempo del pensiero autonomo è già un passo sulla strada della costruzione... Il primo passo...

Tergiversare non è più possibile: i valori sono oramai crollati e l’uomo (preda del consumismo) è arrivato a consumare se stesso. Avanti non si cammina se non ci sono radici profonde a mantenerci in equilibrio... Riappropriamoci delle nostre, velocemente, per non ricadere nei soliti errori distruttivi/autodistruttivi.  (la redazione del sito)